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19.02.2014
Disabilità e stereotipi: due interessanti riflessioni

Tra stereotipi e realtà
di Marta Pellizzi
(Autrice del libro “Quella che ero e Quella che sarò. Cronaca della mia esistenza”.)

«La televisione – scrive Marta Pellizzi – non sarà mai la realtà, ma se incominciassero tutti – operatori del settore delle comunicazioni in primis – a considerare il “disabile” come Persona e non come “stereotipo della disgrazia”, allora la comunicazione televisiva sarebbe certamente di un altro livello»

Ombra di persona con disabilità. Lo stereotipo è l’immagine comune che la società ha di qualcosa. Tutto può diventare uno stereotipo e queste immagini comuni servono solitamente alla comunità per identificare ciò che non è convenzionale o qualcuno che è al di fuori della nostra concezione della norma.
Vi sono stereotipi positivi e stereotipi dannosamente cattivi che – spesso – ci vengono forniti dal mezzo televisivo o da media che hanno un grosso potenziale sul pubblico.
Guardando dunque la TV, io posso godere di “positività” (anche se a mio avviso solo per un’esigua parte) oppure di “dannosità”. Vi sono grandi esempi di cultura, di informazione, di conoscenza, anche se spesso questi non vengono forniti dalla televisione, che invece presenta quasi sempre solo spettacolarizzazione, stereotipi di “donne perfette” e “uomini impeccabili”, di ragazze che assomigliano a reali Barbie, strumentalizzate per ottenere più audience.
Vediamo uomini con una preparazione – si presume – di alto livello, impacchettati nei loro abiti e nelle loro lussuose scarpe. Questi sono gli stereotipi della gente, quelli che vengono propinati per mostrare come la società dovrebbe essere ed è anche colpa della televisione se la società medesima ha sempre più necessità di essere in se stessa uno stereotipo.

In mezzo a tutto ciò vi sono poi note ancor più stonate, quelle che ci fanno voltare lo sguardo verso quella giornalista – o presunta tale – che intervista con tono provato qualche “disabile”. Ecco che l’audience sale, non solo per le “bambole”, ma anche con le persone che non sono sinonimo di bellezza (ma la bellezza è proprio quella “al silicone”?). Loro, infatti, sono “stereotipi della disgrazia” (così almeno pensa il pubblico). Perché quella persona – il “disabile tipo” – è colui che si trova in trasmissione per dare una mano a qualche programma di basso livello a portare avanti i propri scopi: raggiungere cioè il pubblico e mostrare che anche un “poveretto” può fare qualcosa nella vita. Dunque, diamo il via a servizi strappalacrime, buttiamoci a capofitto nelle interviste sinuose tra salute e malattia, offriamo al pubblico quello che desidera vedere e gettiamo ai piedi degli spettatori i corpi segnati da qualche brutta patologia. La massa succhierà così la tristezza e rimarrà incollata davanti allo schermo per vivere di storie non vere, non reali, mai esistite, mai a lieto fine.

La realtà, però, non è questa, non è quella che vediamo in TV. Quel che succede lì è solo una manipolazione della vita e delle vite di tante persone che sono davvero stufe di essere solo lo “stereotipo della disgrazia”. La produzione di contenuti di questo genere non è il modo migliore per dipingere i tanti obiettivi che molti raggiungono. Non si può parlare così dei “disabili” e non possiamo accettare di essere solo mezzi per raggiungere scopi o per combattere battaglie personali.
La televisione non sarà mai la realtà, ma se incominciassero tutti – operatori del settore delle comunicazioni in primis – a considerare il “disabile” come Persona, allora la comunicazione televisiva sarebbe di un altro livello. In tal senso credo che il livello italiano sia bassissimo e che spesso punti solo a ridicolizzare la dignità altrui. A volte – sul serio – mi viene da dire: dove stiamo cercando di andare?

Probabilmente non si giungerà mai ad abbattere il pregiudizio e ad avere una corretta informazione, che valorizzi le persone e non le menomazioni. Probabilmente non raggiungeremo mai la consapevolezza che non è giusto tutto ciò che ci viene propinato. Forse, al mondo, sta bene così. Ma sfido chiunque – chiunque si trovi ad esempio senza gambe – a non arrabbiarsi nel vedere certe manipolazioni e a sentirsi offeso ogni santo giorno.
La “normalità”, però, sembra essere questa e piacere al pubblico perché offre consensi. Nessuno bada più alla sottile umiliazione che esiste con quelle parole che ci tocca ascoltare ( “handicappato”, “diversamente abile”, “persona problematica”…), con quel tono di voce, quella musica di sottofondo, quei sospiri sconsolati, quegli sguardi penosi: tutto in questo modo è per lo spettacolo e lo spettacolo sono anch’io!

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Curiose "categorie speciali"
di Stefano Borgato


«Sei un Disabile? Sei un Professionista con partita IVA? Sei un Dipendente dei Ministeri o delle Forze Armate? Hai un'Autoscuola? Hai un'Azienda? Se appartieni a una categoria speciale ULTERIORI SCONTI PER TE!!»: viene reclamizzata così una nota marca di automobili. Pubblicità dal gusto discutibile o ulteriore, piccolo segnale di una mancanza di cultura (della disabilità e non) che resta ancora tutta da superare?

Viso di uomo con mano sul volto ed espressione di sconfortoVogliamo archiviarla a livello di "spigolatura", semplicemente come una pubblicità dal gusto assai discutibile, quella presente oggi, 18 febbraio, in testa al sito internet del quotidiano «Il Messaggero.it» (cronaca di Latina)? Oppure vogliamo interpretarla come un ulteriore piccolo segnale di una mancanza di cultura (della disabilità e non) che resta ancora tutta da superare? Lo lasciamo giudicare ai Lettori.

Questo dunque il messaggio proposto da un grande autosalone, concessionario di prestigiose marche, con punti vendita nella Provincia di Latina, che pubblicizza così una nota casa coreana: «Sei un Disabile? Sei un Professionista con partita IVA? Sei un Dipendente dei Ministeri o delle Forze Armate? Hai un'Autoscuola? Hai un'Azienda? Con ... [la marca dell'auto] se appartieni a una categoria speciale ULTERIORI SCONTI PER TE!!».

Ebbene, al di là di tutto ci piacerebbe almeno capire in base a quali criteri si sia pensato di inserire proprio quelle indicate nel medesimo gruppo delle "categorie speciali" (disabili, professionisti, dipendenti dei Ministeri ecc.). E maliziosamente potremmo anche chiederci: «Lo sconto è doppio se un disabile è un professionista con partita IVA? E triplo se magari possiede anche un'Autoscuola o un'Azienda?»

Ringraziamo Paola Scarsi per la segnalazione.



Fonte: Superando.it del 19 febbraio 2014




Tags: disabilità |  stereotipi |  comunicazione |  pubblicità |  pregiudizio | 



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