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05.07.2012
Quando la casa tradisce

Il terremoto è uno dei momenti nei quali lo spazio abitato arriva ad acquistare un significato particolare. Vorrei brevemente analizzarlo al fine di comprendere la complessità dei vissuti delle persone coinvolte in questa esperienza. Il rapporto con lo spazio è sempre presente nella vita di ognuno ma, per così dire, talmente consueto da non apparire evidente: ci si accorge della sua importanza solo quando entra in crisi, un po' come l'aria che si respira di cui si sente la mancanza quando il respiro diviene affannoso.

Il terremoto è uno dei momenti nei quali ci si accorge quanto siano importanti i legami con l'ambiente e quanto complesso sia il rapporto con esso. È evidente che la casa che abitiamo non è composta soltanto da mura e da suppellettili, ma è anche un luogo nel quale si stratificano i ricordi, dove si vivono momenti che sono le tappe fondamentali della vita, dove ogni oggetto ha una sua storia, dove i muri hanno odore di vissuto.
La casa è il luogo delle persone care, degli affetti, è il luogo delle verità, anche più nascoste, dei dolori, delle gioie, ma anche del desiderio. La casa è anche il simbolo della quotidianità e, come tale, è custode dei ritmi di vita che vi si manifestano. Nella casa al di là delle molteplici funzioni che vi si svolgono, si manifestano i respiri quotidiani di chi abita, scadenza lo svolgersi di una vita, il suo rapporto con il reale. Questo ritmo interno della casa è quello che consente alle persone di ricaricarsi e poi potersi riproporre all'esterno in modo efficace.

Facendo riferimento ai lavori di Anzieu (1987) e Bick (1974) sulle funzioni della pelle, possiamo pensare alla casa come ad una sorta di superfice intermedie tra il mondo interno e quello esterno della persona; come un'interfaccia che lega insieme immagini altrimenti spezzate, con una funzione analoga a quella della pelle che contiene, raccoglie, accomoda la parte interna della persona, dà ad esse una forma riconoscibile e la difende da intrusioni dall'esterno.

Proprio per questo motivo noi siamo spinti a vivere la nostra casa come luogo della sicurezza, arrivando al punto di negare che essa contenga un sia pur minimo fattore di pericolo. Questo è uno dei motivi per cui la case rimane il luogo dove si determinano il maggior numero di incidenti e molte campagne sulla sicurezza domestica falliscono il loro scopo: la persona non può permettersi di pensare la propria casa come luogo pericoloso. Quelle stesse attenzioni oramai diffuse nel mondo del lavoro vengono vissute come "superflue" a casa: ad esempio chi si penserebbe di staccare la corrente elettrica prima di cambiare una lampadina.

Quando si scatenano eventi come il terremoto la casa si trasforma improvvisamente in luogo di pericolo, di angoscia: tradisce la sua funzione rassicurante.
Questa situazione mette le persone di fronte a un'ambivalenza assoluta: da un lato si vorrebbe ripristinare la situazione di partenza ritrovando, o ricostruendo, la propria casa così come era in tutti i suoi significati rassicuranti. Dall'altro canto gli stessi muri che prima rappresentavano il contenitore della propria sicurezza diventano infidi, per cui ritornare ad abitarli suscita la stessa ansia che si può provare nell'affidarsi a qualcuno, in questo caso, a qualche cosa, che ha profondamente tradito.

 

di Antonio Zuliani




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