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Milano - 04.03.2016
ITALIA
L'oggetto che non c': grazie alla stampa 3D giochi e ausili sono su misura

Dal “design for all” al “design for each”, dalla produzione di massa di oggetti uguali per tutti, alla produzione di un oggetto unico, ma disponibile liberamente e adattabile per ciascuno. È un progetto di design inclusivo quello realizzato a Milano dal fablab Opendot e dalla fondazione Tog – Together to go. Si chiama “L’oggetto che non c’è” e grazie alla combinazione tra innovazione 3D, artigianato e competenze cinesiologiche, permette di creare ausili, sistemi cognitivi, giochi e protesi su misura di bambini con patologie neurologiche complesse.

La Fondazione Tog è un’organizzazione no profit nata alla fine del 2011, che si occupa di riabilitazione di bambini affetti da lesioni del sistema nervoso di origine genetica oppure sviluppatesi nella vita intrauterina o a seguito di traumi neonatali. Questi bambini hanno deficit motori, cognitivi, comportamentali e di comunicazione e hanno bisogno di ausili particolari per muoversi, giocare, imparare e acquisire maggiore autonomia. La riabilitazione, inoltre, è spesso l’unica cura efficace.

A fine 2014 la Fondazione Tog, grazie ai 50mila euro vinti al concorso Axa “Nati per proteggere”, ha acquistato due stampanti 3D. L’incontro con i progettisti di Opendot, riporta un articolo sul sito del Corriere delle Sera, ha permesso inizialmente agli operatori di Tog di usufruire di un software per realizzare modelli stampabili in 3D con geometrie e spessori specifici in base alle singole esigenze cliniche. I vantaggi sono notevoli poiché gli ausili, i tutori e gli oggetti sono così molto più leggeri, lavabili e personalizzabili.

La progettazione allargata tra operatori, genitori e maker ha portato quindi ad autoprodurre oggetti che sono modulabili a seconda delle necessità e delle caratteristiche dei bambini e che sono anche economicamente ed ecologicamente sostenibili, dal momento che sono realizzati con filamenti biodegradabili di origine naturale. Non solo: i progetti sono open source in modo da favorirne la diffusione e aumentarne l’impatto sociale. Chiunque, infatti, può utilizzarli e anche migliorarli, ovunque sia: basta che ci sia un fablab nel suo territorio.

Il progetto “L’oggetto che non c’è” coinvolge anche le scuole Naba (Nuova accademia di belle arti) e la Domus Academy attraverso corsi di co-progettazione con genitori e figli per sviluppare nuovi oggetti per la vita quotidiana.

Photo credit: Opendot Lab


Tags: l'oggetto che non c' |  opendot |  fondazione tog |  stampa 3d | 



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