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18.09.2012
Atleti nati due volte quelli delle Paralimpiadi

Lo scrittore Giuseppe Pontiggia li ha chiamati "nati due volte": la prima nascita è quella biologica, la seconda è l'ingresso spesso terribile e umiliante nella vita di ogni giorno. Per i disabili che fanno sport esiste però una terza nascita: quella dell'agonismo, dell'allenamento e della competizione. Le Paralimpiadi hanno il merito planetario di rendere visibili le storie delle persone, riconducono l'atleta a una formidabile vicenda in prima persona, contro la massificazione dei comportamenti. E allora vale la pena raccontarle, alcune di queste storie: le rivincite, le terze nascite.

L'ultima, in ordine di tempo, è quella di Alex Zanardi e della sua "hand-bike" sollevata con una mano sola. Medaglia d'oro, ieri, nella prova a cronometro a forza di bicipiti, Zanardi perfeziona con quell'immagine potentissima anni e anni di impegno: era un celebre pilota di Formula Uno, perse le gambe in uno schianto, nacque una seconda volta con un paio di protesi, si può aiutare tanta gente anche solo mostrandosi. «La vita mi ha dato molto e continua a darmi molto, non potrei vivere senza sport». La sua fotografia con la bici in mano racconta di un uomo intatto, dà forza alle piccole e grandi mutilazioni quotidiane di ognuno.
Storie come quella di Achmat Assien, nuotatore sudafricano che perse una gamba nella baia di Città del Capo: gliela divorò uno squalo. Lui, adesso, racconta che in vasca immagina di essere ancora rincorso dalla bestia, e di nuotare più velocemente per sfuggire a quel destino. Il suo nemico non è diventato un mostro, un fantasma dell'anima, ma una forza.

Oppure Annalisa Minetti, ve la ricordate a Sanremo? Vinse nel ‘98, era la bella e triste storia della cantante cieca, l'anno prima Annalisa aveva sfilato a Miss Italia. Però, quella diversità aveva qualcosa di pietistico, perché è anche così che funziona lo spettacolo. Alle Paralimpiadi no, lì si è tutti uguali perché diversi, e Annalisa nella sua terza vita stabilisce un record del mondo correndo i 1500 metri. «Tutto è possibile», dice. «Noi vogliamo solo essere trattati da atleti, non da casi umani ».
O forse la storia di Oxana Corso, la ragazzina diciassettenne nata a San Pietroburgo e adottata da una famiglia di Roma. Nessuno, neppure lei, conosce l'origine della sua cerebrolesione, era troppo piccola e nessuno gliel'ha mai raccontata. Quando però aveva undici anni, ecco la terza nascita: il professore di ginnastica la convinse a provarci davvero con lo sport. E lei lo ha fatto, allenandosi duro a Torpignattara e arrivando alla medaglia d'argento nei 200 metri.
Storie di fatica, umiliazioni, resistenza, amore. Il brasiliano Johansson Nascimento, senza braccia dalla nascita, vince i 200 metri, agita i moncherini, tira fuori in qualche modo un biglietto dove c'è scritto "sposami" ed è per la sua ragazza. Poi si mette a fare la ruota, pazzo di gioia, anche questo è un meraviglioso corpo intatto.
Storie di auto ironia. Assunta Legnante getta il peso con una maschera di Diabolik sul viso: non è sempre stata cieca, nel 2008 gareggiò a Pechino tra i normodotati, ha appena vinto l'oro paralimpico a Londra con tanto di record mondiale. Storie di passione e luce: Cecilia Camellini che vince i 50 e 100 metri stile libero nuotando cieca, lei lo è da quando è nata, e quando arriva a toccare l'ultima vasca non sa mai se ha vinto oppure ha perso. Così chiede al pubblico di urlare forte il risultato per non dover aspettare un minuto o due, il tempo necessario perché qualcuno le dica com'è andata. Ci sono tanti modi per vedere o per restare nel buio, non dipende solo da come funzionano gli occhi.

Storie che non sopportano commiserazione, per dimostrarlo a volte occorrono gesti forti. Così pensa la tennista olandese Esther Vergeer, 31 anni, tetraple-gica, fortissima (ha vinto 20 Slam) e bellissima: si è fatta fotografare nuda sulla carrozzella, coperta solo dalla racchetta. Patetica? Neanche un po'.
Se lo sport, e il racconto del gesto sportivo, tende a dimenticare la narrazione di storie, le Paralimpiadi sono uno schiaffo alle brutte abitudini. Il significato quasi sempre si spinge assai oltre uno stadio, un palazzetto, una piscina. È il caso dell'inglese Martine Wright, campionessa di sitting volley. Si può giocare a pallavolo senza gambe, certo che si può: le sue, Martine le perse nell'attentato alla metropolitana di Londra, il 7 luglio 2005. Cinquantadue vittime. «Anch'io sono andata incontro alla mia morte, quel giorno, e ringrazio Dio se non è andata così». Una storia simile a quella di Andrea Macrì. Il 22 novembre 2008 era seduto in un'aula scolastica nel liceo "Darwin" di Rivoli, provincia di Torino, quando crollò il soffitto. Un tubo di ghisa di duecento chili precipitò in testa ai ragazzi, uno di loro, Vito Scafidi, venne ucciso, invece Andrea se la cavò perdendo l'uso delle gambe. La sua terza nascita gli ha fatto conoscere la scherma, e ora Andrea va in pedana pensando a Vito, è il suo modo di tenerlo un po' vivo. «Essere disabile », dice, «non vuol mica dire essere infelice».

Lo ha scritto proprio Giuseppe Pontiggia, nella dedica di "Nati due volte": «Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi». Un pensiero certamente condiviso dagli atleti di Londra, in gara fino a domenica. Se qualcosa lega tutte queste storie è un senso di vita profondo, combattivo, non redento. Lo stesso che anima Oscar De Pellegrin, portabandiera azzurro a Londra, medaglia d'oro nel tiro con l'arco, quinta Paralimpiade, prima sparando con la carabina. Oscar ha fondato una onlus che si chiama Assi e che aiuta tanta gente.
In carrozzina si muove anche Luca Pancalli, vice presidente del Coni e presidente del Comitato Italiano Paralimpico: era una promessa del pentathlon, poi cadde da cavallo e diventò tetraplegico. Anche per lui, una seconda nascita con la disabilità, e una terza dentro lo sport: disputa quattro Paralimpiadi nel nuoto, vince otto medaglie d'oro, sei d'argento e una di bronzo, poi arriva addirittura la quarta nascita come dirigente dello sport. E un giorno, chissà, sarebbe bello, la quinta vita sulla poltrona più alta del Coni che in quel momento di civiltà e conquista sarà una carrozzina.

Articolo di Maurizio Crosetti
La Repubblica del 06-09-2012




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