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20.07.2016
OLTRE LA NOTIZIA
“L'accessibilità è una opportunità per tutti”

Trasformare l’accessibilità da obbligo, per lo più poco rispettato, a opportunità, facendo capire che non riguarda minoranze, ma la collettività e il suo rapporto con l’ambiente, sia esso costruito o naturale. È il pensiero di Anna Rotellini, architetto del settore Paesaggio della direzione Urbanistica e politiche abitative della Regione Toscana. Al convegno Parchi naturali e didattici: una bella storia da comunicare, organizzato lo scorso giugno all’interno del Parco di San Rossore a Pisa da Cerpa Italia onlus con la collaborazione della Regione Toscana e del Crid (Centro regionale di informazione e documentazione per l’accessibilità), Anna Rotellini ha parlato di identità come di un processo strettamente connesso ai luoghi che si vivono. L’accessibilità è quindi un requisito essenziale per creare appartenenza, a maggior ragione in una società in fase di grande mutamento come quella attuale.

Architetto, come è possibile conciliare la tutela e la trasformazione del territorio con la libera fruizione dello stesso, in modo da favorire la costruzione del senso di identità?
“Per rispondere devo fare una premessa. Siamo in un momento storico, sociale e culturale molto complesso, in cui l’urbanistica ha un po’ perso il senso del progetto e la ricerca della costruzione di relazioni con il territorio. Assistiamo a una frammentazione delle visioni, che rende difficile creare identità condivise, anche in relazione a quelle aree periferiche e di degrado che oramai fanno parte della nostra società. Il problema è che si progetta per il domani, inteso come domani mattina, e non guardando al lungo periodo, perché non pagherebbe a livello politico e di consenso. Insomma, la questione dell’accessibilità e della costruzione dell’identità si inserisce in questo quadro, che è difficile da gestire, ma va affrontato. Perché se non c’è senso di appartenenza il territorio viene dimenticato, non può essere tutelato né può essere fruito da nessuno, figuriamoci da chi ha una disabilità”.

Come è possibile uscire da questa impasse?
“Lavorando in rete e considerando l’accessibilità come un possibile volano per avere ritorni economici e anche elettorali, nel caso dei decisori politici. L’accessibilità non riguarda infatti solo i disabili, ma anche bambini, anziani, famiglie, migranti, turisti e va quindi pensata in maniera integrata insieme al turismo, la mobilità, lo sviluppo. Certo, non tutto il territorio può essere accessibile: concentriamoci allora su quella parte che lo può diventare. Un’ulteriore opportunità per la diffusione della cultura dell'accessibilità per tutti sarebbe quella di porre il tema come indicatore delle ricadute sulla salute umana e sulla qualità del territorio, nell'ambito dei procedimenti di Vas (Valutazione ambientale strategica, ndr) e Via (Valutazione di impatto ambientale, ndr), In questo modo proponenti e progettisti sarebbero costretti a confrontarsi con l'argomento fin dall'inizio e a riportarlo nei processi partecipativi che vedono coinvolto il pubblico”.

La Regione Toscana si è dotata di un piano paesaggistico, che prevede anche un progetto di “fruizione lenta dei paesaggi” che mette in rete le infrastrutture già esistenti, come ferrovie storiche, ippovie, piste ciclabili, porti turistici. Esiste in questo piano un’attenzione precisa ad anziani, disabili e bambini?
“No, al momento non c’è un riferimento specifico, ma stiamo cercando di inserirlo alla luce dell’apertura che ho riscontrato dalla Regione e anche dalle Ferrovie. Il problema però è più generale: non basta che sia accessibile una stazione, deve esserlo tutto quello che c’è intorno. Se riuscissimo a ottimizzare le risorse economiche a disposizione delle pubbliche amministrazioni, attraverso l’integrazione delle diverse politiche, potremmo realizzare un’accessibilità diffusa, lavorando in particolar modo su una rete degli spazi aperti”.

Ha sottolineato come sia importante lavorare in rete. Che cosa si è fatto per adesso in Toscana?
“A livello regionale è stato istituito un Tavolo interdirezionale per la disabilità a supporto dei direttori delle varie aree della Regione. Le riunioni sono ora mensili e rappresentano un importante momento di confronto per ragionare intorno al tema con punti di vista diversi. La disabilità fino a ora è stata invece considerata un fenomeno marginale di esclusiva pertinenza delle politiche socio-sanitarie. Questo Tavolo andrebbe esteso a tutti i livelli: so che non è semplice, ma almeno proviamoci”.

I Peba, i Piani per l’eliminazione delle barriere architettoniche, sono spesso disattesi. Come favorirne invece l’applicazione? E in che modo è possibile conciliare questi piani con quelli più generali di carattere urbanistico e paesaggistico?
“I Peba continueranno a non essere osservati finché saranno considerati marginali e a uso dei soli disabili. Ma l’accessibilità, come detto, non riguarda solo i disabili, riguarda tutti e l’intera città, anche perché realizzare un’accessibilità diffusa, operando anche sugli spazi aperti ammortizza i costi economici e sociali che derivano dal mero intervento sulla singola barriera architettonica. I Peba, invece che piani di settore come sono attualmente concepiti, potrebbero diventare strumenti programmatici operativi all’interno della ordinaria pianificazione urbanistica, costruiti sulla base di una pianificazione territoriale mirata. Ma ripeto, il problema è essenzialmente culturale: bisogna far capire che l’accessibilità, con le attuali soluzioni tecnologiche a basso costo di cui disponiamo, non si limita alla disabilità e può portare ricchezza e sviluppo a tutto il territorio”.




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